INTRODUZIONE

 

Nella sterminata galassia del patrimonio dei beni culturali di Sicilia, possiamo a buon diritto collocare una fantastica costellazione di circa 1.500 splendidi organi a canne antichi, frutto dell’Arte Organaria siciliana che, nel corso di ben sei secoli, si è sempre distinta per genialità, originalità, raffinatezza, personalità e varietà.

Questi gioielli sono quasi sempre racchiusi dentro meravigliose casse artistiche, scolpite e/o indorate con materiali preziosi, la cui estetica si fonde con il fascino dei suoni emessi.

 

Un tesoro quasi del tutto sconosciuto, che comprende, come vedremo, anche numerosi strumenti da primato, come quello, per esempio, della Cattedrale di Messina che, con le sue 15.700 canne, è il secondo organo più grande al mondo costruito in una chiesa.

 

Un tesoro che nasce dal mondo misterioso e affascinante dell’arte organaria. Questa non conoscenza, per molteplici motivi, è la causa principale di una forte e generale sottovalutazione della complessità di questo tipo di artigianato nonché delle potenzialità  che hanno origine da un organo funzionante, sia nuovo che restaurato.

Poiché “non si può amare o quantomeno apprezzare ciò che non si conosce”, con il presente lavoro, frutto della trentennale esperienza lavorativa nel settore, cerco di fare entrare il pubblico all’interno di questi “monumenti sonori”, corredando questo percorso con pillole di storia, di tecnica e di fisica. Un nuovo tipo di approccio per cominciare a conoscere questa poliedrica realtà.

 

L’organo, infatti, qualsiasi ne sia la dimensione, è un “monumento sonoro” che utilizza come materiale da costruzione un insieme di frequenze acustiche combinabili tra loro ma sempre intimamente legate a precisi rapporti matematici, una vera e propria architettura sonora.

Esso, combinando variamente i suoi registri, come un caleidoscopio, genera innumerevoli sfumature sonore acquistando nel contempo una propria fisionomia timbrica che lo rende diverso dagli altri.

 

Di conseguenza, in caso di restauro, è proprio “quel suono” che innanzi tutto deve essere recuperato e conservato, assieme alle parti che compongono l’organo stesso.

La generazione del suono è dovuta alle canne, opportunamente “intonate” (io dico più volentieri “armonizzate”) al registro di appartenenza.

Tutto ciò che comporta una alterazione o la perdita dell’intonazione di una o più canne può essere paragonato ad un analogo danno arrecato ad una o più parti di una tela o di un mosaico.

Il recupero del suono originale è il vero compito dell’organaro restauratore e, in definitiva, anche la sua arte.

 

Antonio Bovelacci

Maestro d’organi

 

 

 

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