L’evoluzione dell’arte organaria siciliana nel corso dei secoli

 

L’arte organaria italiana, fino a fine Ottocento, fortemente legata ai modelli propri delle varie identità regionali, subisce uno sviluppo molto più lento nei confronti di quella francese, inglese e soprattutto tedesca.

Mentre nei paesi nordici fin dal ‘600 si affermano i primi strumenti con più tastiere, pedaliera più estesa e corpi separati, consentendo così una sempre maggior evoluzione del repertorio musicale organistico, in Italia gli strumenti rimangono di dimensioni modeste, con una sola tastiera e una pedaliera assai limitata.

Tra le varie tradizioni regionali, quella che rimane meno sensibile ai progressi

della organaria di oltre stretto è proprio quella siciliana, nobilissima ma arroccata su determinate peculiarità costruttive e generalmente fedele a moduli  tardo gotici e rinascimentali: la rastremazione del basamento rispetto alla cassa, la limitata profondità della stessa con il conseguente posizionamento delle canne lignee di basseria sul retro del mobile, la conformazione della pedaliera appena sporgente dalla cassa (detta appunto “pedaliera alla siciliana”),  l’uso esclusivo dell’antiquato somiere a tiro, l’impiego, per le canne, di misure strette e di proporzioni in auge durante il Rinascimento. Anche la scelta di alimentare le canne a bassa pressione d’aria contribuisce alla bellezza e alla trasparenza del loro timbro.

La  disposizione  fonica  si basa sui registri di “Principale” che, diventando progressivamente più acuti, costituiscono le file di “Ripieno”, l’unico vero, autentico e inimitabile registro italiano, possente e cristallino al tempo stesso.

Questi caratteri arcaici vengono preservati fino a Ottocento inoltrato quando, a metà secolo, debbono confrontarsi con la ben più evoluta organaria del nord d’Italia.

 

Le origini della organaria siciliana

 

Le origini della organaria siciliana risalgono al ‘300. Nel 1317 viene costruito il “nuovo” organo della Cattedrale di Palermo, e nella stessa Città , nel 1411 un organo arricchisce la Chiesa dei Padri Carmelitani.

Successivamente, nel 1427, Nicola de Yskisano, realizza uno strumento per l’Ordine dei Frati Minori.

Tuttavia l’organo più antico della Sicilia, oggi esistente, viene costruito da  autore anonimo nel 1547  nella chiesa di San Francesco in Castelbuono, mentre  Raffaele La Valle, nel 1612, arricchisce con uno splendido strumento la Cattedrale di Cefalù. Insieme al figlio Antonino realizzano nelle Madonie e a Palermo altri capolavori, tutti con configurazione tardo medioevale a cinque campate e due “organetti muti” (canne finte).

Questi gioielli e altri pregevoli manufatti della Sicilia occidentale sono giunti a noi poiché non furono raggiunti dalle scosse del devastante terremoto del 1693 che sconvolse l’intero Val di Noto.

 

Il grande organo dei Benedettini di Catania

 

Nonostante il citato attaccamento agli stilemi del pur glorioso passato, l’organaria siciliana si distingue per momenti di grandiosità come dimostra l’imponente strumento realizzato nel 1767dal famoso organaro monaco benedettino Donato del Piano a Catania per la Chiesa di San Nicolò l’Arena (tre consolle per un totale di cinque tastiere e dieci anni di lavoro, suonabile da tre organisti).

Quest’organo, citato da Goethe nel suo “Viaggio in Italia” e sotto il quale è sepolto l’artefice, è  il capolavoro di questo artista, celebre per aver dotato in numerosi decenni di attività numerose chiese della Sicilia orientale di splendidi e luminosi strumenti collocati in altrettanto raffinatissime casse artistiche, frutto della abilità degli intagliatori catanesi.

 

Un importante evoluzione

 

In generale, tuttavia, soltanto dal primo ventennio dell’800 la tastiera viene dotata di più note (da 45 fino a 56 tasti ) e l’antica prima “ottava corta” diviene “normale” con l’aggiunta dei quattro semitoni mancanti (Do#, Re#, Fa#, Sol#), così come per avviene per la pedaliera, ampliando in tal modo sensibilmente la gamma della letteratura eseguibile.

Aumentano anche i registri, soprattutto quelli della famiglia dei “Flauti”, in diverse tessiture.

Gli strumenti più grandi e prestigiosi si arricchiscono di una seconda tastiera che, dotata di registri propri, comanda un organo di più modeste dimensioni, situato all’interno del mobile, chiamato “organo eco” o “organo di risposta”.

Con ciò ci si avvicina sempre più alla arte organaria continentale.

Nella Sicilia Occidentale troviamo due organi a due tastiere costruiti da Giacomo Andronico per la chiesa Madre di Petralia Soprana (PA) e per la Basilica soluntina in Santa flavia (PA) rispettivamente nel 1780 e nel 1791. L’organo di Santa flavia, inoltre, era pure multiconsolles con le tastiere del cembalo e del forte piano ai lati della consolle centrale.

Due pregevoli esempi si trovano a Ispica (RG) nella Chiesa di S. Maria Maggiore e nella Basilica della SS. Annunziata, realizzati rispettivamente nel 1838 dall’innovativo e stimato costruttore Giovanni Platania di Acireale e nel 1839 dal famoso organaro palermitano Francesco Andronico.

 

Il grande “organo banda” a sette tastiere della chiesa di San Pietro a Trapani

 

Nel frattempo un altro mago dell’organaria siciliana si appresta a realizzare, nella chiesa di San Pietro a Trapani, un grandioso “organo-banda” che deve superare per numero di tastiere, registri e potenza sonora quello arcinoto di San Nicolò L’Arena di Catania e quello in corso di realizzazione per il Duomo di Monreale da parte del celebre maestro Felice Platania di Acireale (tre tastiere, 45 registri, terminato nel 1845 ma andato distrutto nel 1949)

Deve essere uno strumento suonabile da tre organisti che avranno a disposizione un totale di sette tastiere. Nel suo interno una miriade di canne speciali (ad ancia libera) che imitano i suoni degli strumenti bandistici tra cui trombe, tromboni e fagotti, il tutto accompagnato da effetti speciali e da strumenti a percussione.

Il visionario costruttore, Francesco La Grassa (1802-1868), di Baida (Pa) avvezzo a questo tipo di costruzioni (Carini, Chiesa di San Vincenzo Ferreri, Abbazia benedettina di San Martino delle Scale) completa questa meraviglia nel 1847 nella Chiesa di San Pietro a Trapani.

É lo strumento perfetto per eseguire la  sgargiante letteratura orchestrale e bandistica ottocentesca italiana che imperversa con successo da decenni nel resto d’Italia, legata intimamente all’opera e al melodramma.

 

Una svolta epocale: l’ “organo orchestra”

 

Ma il 1847 rappresenta anche una svolta  assolutamente epocale e rivoluzionaria per l’organaria dell’Isola, sia per quanto riguarda i nuovi protagonisti,  le nuove tecniche costruttive e la entusiastica risposta della popolazione siciliana  alla sconosciuta letteratura ottocentesca organistico-orchestrale. Un fenomeno esclusivamente italiano, che non ha uguali nel resto del mondo.

Tuttavia per comprendere appieno questo entusiasmo che coinvolge tutta indistintamente la popolazione italiana occorre compenetrarsi, per quanto riguarda la fruizione della musica,  nel contesto storico esistente prima delle conquiste tecnologiche del XX secolo che rendono disponibili infiniti brani musicali in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento.

Prima di tutto ciò la musica è esclusivo appannaggio delle classi più abbienti, mentre al popolo rimangono oltre ai canti e la musica da ballo eseguita da piccoli gruppi, soltanto le musiche legate alle speciali occasioni festive, come le feste patronali.

Restringendo il campo all’ottocento italiano, il secolo ove trionfa la musica lirica e il melodramma, soltanto pochi hanno il privilegio di poter frequentare i teatri e/o di avere il pianoforte in casa.

A questa disparità viene in soccorso lo sviluppo del cosiddetto “organo-orchestra” frutto della geniale intuizione di alcuni organari della scuola lombarda, i Fratelli Serassi di Bergamo (seguiti poi dagli altrettanto validi Bossi, Lingiardi, Inzoli).

Essi si specializzano, dagli ultimi decenni del ‘700 a fine 800’, nella costruzione di organi a canne capaci di imitare con sorprendente realismo i timbri di una grande orchestra o di una grande banda.

Infatti queste formidabili macchine sonore sono dotate di numerosi registri di “concerto”, le cui particolari canne imitano gli omonimi strumenti orchestrali come trombe, tromboni, flauti, ottavini, oboi, corni inglesi, corni da caccia, violini, violoncelli, contrabassi.

Sono dotate di effetti speciali come campanelli, timballi, timpani, rollanti, grancassa e piatti, nonché di altri dispositivi meccanici per facilitare la registrazione o di aumentare istantaneamente l’intensità sonora durante l’esecuzione.

 Anche la possibilità della divisione delle tastiere in “bassi” e “soprani” consente di poter differenziare, tramite l’uso di registri diversi, i timbri della armonia da quelli solistici.

Questo arricchimento delle sonorità rende questo tipo di strumento particolarmente disponibile alla interpretazione delle musiche di carattere sentimentale-melodrammatico e bandistico-marziale in linea anche con le frequenti aspirazioni del Risorgimento italiano. Sono numerose e apprezzate le trascrizioni per organo di brani operistici famosi.

L’arte dei Serassi si afferma ben presto non solo in Lombardia ma si diffonde rapidamente in buona parte dell’Italia, propriamente per le prestazioni che offre l’organo-orchestra, apprezzate e godute finalmente dal grande pubblico.

Infatti nelle chiese dotate di tale strumento le musiche di carattere melodrammatico-sentimentale vengono eseguite, nei giorni festivi, prima delle messe dall’organista la cui figura, nei piccoli centri, coincide spesso con quella del direttore della banda locale.

L’entusiasmo del pubblico e dei compositori dell’epoca è tale che i Serassi costruiscono, in più generazioni, oltre ottocento strumenti, anche nei paesi più sperduti d’Italia.

 

Gli “organi orchestra” giungono in Sicilia

 

Gli ormai celebri strumenti serassiani giungono in Sicilia, con molto ritardo, nel citato 1847, anno in cui a Palermo la Chiesa del Gesù, detta di Casa Professa, commissiona alla ”Fabbrica Nazionale privilegiata d’Organi dei Fratelli Serassi in Bergamo” un grande organo-orchestra, andato perduto durante il secondo conflitto mondiale.

La fama delle sgargianti melodie che scaturiscono dall’organo di Casa Professa si spande rapidamente in tutta l’Isola, una novità assoluta e felice per il pubblico siciliano.

Per la casa bergamasca le commesse giungono numerose, soprattutto dalle province del Sud-Est.

In particolare gli organi-orchestra si trovano nelle province di Enna, Catania e Ragusa.

E proprio Ragusa, dopo aver apprezzato il Serassi realizzato nel 1857 nella Cattedrale di S. Giovanni Battista, e nello stesso anno, nella vicina Chiesa dell’Ecce Homo, la Città vuole per il Duomo di S. Giorgio di Ragusa Ibla lo strumento più grande che i Serassi potessero realizzare, il famoso “Organum Maximum”, tre tastiere, ottanta registri, oggetto di visite da parte di appassionati di tutto il mondo.

E’ dotato di un “organo tergale”che si trova all’interno dell’ampio parapetto.

Tutto questo diviene fonte di grande preoccupazione per gli organari siciliani che ancora sono abituati ad applicare le tecniche della organaria tradizionale.

 

Gli “organi orchestra” siciliani

 

Una valida risposta viene dai coraggiosi ed innovativi organari acesi , i fratelli Giovanni e Pasquale Platania Gioffrè,  figli di Felice,  geniale costruttore di numerosissime pregevoli opere tra cui il citato grande organo a tre tastiere del Duomo di Monreale.

Essi costruiscono con successo nel 1864 il loro primo spettacolare “organo-orchestra” nel Duomo di Enna.

Un altro esempio della stessa tipologia si trova nella chiesa di S. Giovanni ad Avola (Sr) dove i Costruttori hanno aggiunto allo strumento un registro di Fisarmonica (Bassi e Soprani), posto sopra la tastiera, celato da un pannello.

 

La corsa all’ “organo orchestra” più grande

 

Tuttavia il dominio degli organari lombardi non solo continua ma si espande notevolmente, così come non si ferma la corsa delle committenze per avere l’organo-orchestra più grande:

infatti  nella Cattedrale di Piazza Armerina Pacifico Inzoli di Crema,  valido concorrente dei Serassi, costruisce nel 1886 il “Grande Organo Liturgico Sinfonico” con due tastiere e 58 registri.

Nello stesso anno a Modica, nel Duomo di S. Giorgio, Casimiro Allieri, già capofabbrica dei Serassi, (nonché colui che materialmente ha realizzato tre anni prima l”Organum Maximum” di Ibla), inizia la costruzione di  quello che sarà in assoluto il più grande “organo-orchestra” a trazione meccanica d’Italia.

Terminata nel 1888, l’opera si rivela non solo la più grande d’Italia, ma anche la più moderna e innovativa, un vero e proprio anello di congiunzione tra l’organaria italiana ottocentesca  e quella europea.

Le quattro tastiere, i 70 registri e l’ampia pedaliera concavo-diritta di 27 note consentono finalmente non solo la esecuzione di tutta la letteratura d’oltralpe ma anche una risposta ad una estetica musicale nuova sull’esempio della musica sinfonica francese.

Un vero primato rimasto praticamente sconosciuto fino a pochi anni fa.

A questo lavoro viene chiamato a partecipare attivamente  l’organaro  nisseno Michele Polizzi Sr, che  l’ Allieri ha conosciuto e apprezzato a Bergamo proprio  nella fabbrica Serassi nel triennio 1881-1884.

Terminata questa preziosa esperienza Michele Polizzi si mette in proprio e assieme al fratello Agostino, nell’ultimo decennio dell’Ottocento, a partire dal 1991, costruisce con successo copie fedeli degli organi-orchestra serassiani a Rosolini 1991, a Noto 1892 e1898, a Ferla e a Scicli 1893, a Caltanissetta 1894 e 1897, a Palazzolo Acreide 1895, a Buccheri Catania e Cassaro 1896.

 

Il “Motu Proprio” del 1903 e la fine degli “organi orchestra”

 

Tuttavia la lunga e felice avventura della letteratura italiana ottocentesca e degli organi-orchestra volge alla fine.

Entra infatti, a fine secolo,  nel mirino di un movimento di origine nord-europea, che considera la vivace e coloratissima letteratura italiana come assolutamente profana ed inadatta da eseguirsi nelle chiese.

Questo movimento, il Movimento Ceciliano, fa sì che Papa Pio X, con il “Motu proprio” del 1903 metta al bando gli organi - orchestra e il relativo repertorio.

I nuovi organi devono essere adatti per eseguire soltanto musica liturgica.

 

Le nuove case organarie siciliane

 

I citati organari Polizzi di Modica (allievi dei Serassi) e la Ditta Laudani e Giudici di Palermo, (allievi degli organari Giudici di Bergamo) si adeguano rapidamente alle nuove normative e, per effetto della loro grande esperienza e considerazione, diventano gli unici protagonisti della organaria siciliana del Novecento.

In particolare gli organari Polizzi, già stimati da oltre un ventennio per la qualità delle loro opere, dopo lo straordinario successo dell’organo della Cattedrale di Siracusa ottenuto nel 1914, acquisiscono una grande quantità di commesse, realizzando anche opere monumentali, come il grande strumento della chiesa di S. Pietro a Modica nel 1924.

Stessa cosa per il ramo nisseno di Damiano Polizzi il cui capolavoro è il monumentale e scenografico strumento costruito nel 1926 per la Chiesa Madre di Mazzarino.

 

Verso gli organi liturgici monumentali

 

Il ‘900 è il secolo di grandi cambiamenti anche in campo tecnologico: le nuove tecniche costruttive permettono di ingrandire gli organi senza limite.

Gli organi diventano sempre più imponenti e ricchi di registri e gli organisti di fama sempre più richiesti e pagati.

Nel 1930 si inaugura nella Cattedrale di Messina il secondo organo più grande d’Italia che, ricostruito e ampliato dopo i danni del secondo conflitto mondiale, ha raggiunto nel 1949 la dotazione di 15.700 canne (170 registri), suonabili da consolle con cinque tastiere, opera della famosa casa organaria Giovanni Tamburini di Crema.

Tutto ciò grazie anche alla trazione elettrica che supera i limiti e gli inconvenienti della trazione pneumatica.

Nel 1954 a Palermo la Chiesa del Gesù (Casa Professa) si arricchisce nuovamente di un grande strumento. Si tratta di uno splendido organo a quattro tastiere con oltre 4000 canne, 76 registri, costruito  anch’esso dalla Ditta Tamburini.

Nel 1967 a Monreale la Ditta padovana di Giuseppe Ruffatti realizza un organo dotato di circa 10.000 canne suonabili da consolle composta da sei tastiere e 122 registri.

Circa dieci anni dopo, nel 1978, la stessa ditta costruisce nel Santuario di Tindari

un organo a cinque tastiere, 76 registri, con oltre 6.000 canne.

Questi grandi strumenti, talvolta criticati per una presunta perdita di artigianalità, sono in realtà una preziosa testimonianza della evoluzione tecnica dell’arte organaria del secolo ventesimo.

 

Le botteghe organarie siciliane si estinguono. Inizia il degrado degli organi storici

 

Queste realizzazioni sono esclusivo appannaggio delle grandi ditte del Nord d’Italia, cosicché le poche botteghe organarie siciliane si estinguono una dopo l’altra, con il conseguente abbandono del patrimonio organario.

La pluridecennale assoluta mancanza di manutenzione di conseguenza riduce la stragrande maggioranza delle opere ad uno stato di gravissimo degrado, talvolta al limite della irreversibilità.

 

La svolta: la Legge regionale 44/85 e la rinascita dell’organaria siciliana

 

La svolta avviene nel 1985 grazie alla lungimirante legge 44 che, nell’ambito dello sviluppo delle attività musicali, ha previsto (art.11) consistenti contributi per il recupero degli strumenti antichi e/o storici, venendo così in soccorso delle chiese interessate che raramente possono sostenere il costo del restauro meccanico-fonico di un organo a canne, specie se lo stesso è posto entro una cassa artistica di pregio, anch’essa bisognevole di interventi conservativi.

Questa legge, ammirata in tutta Italia, ha portato alla rinascita delle botteghe organarie siciliane che gradualmente hanno recuperato una parte consistente del patrimonio organario regionale.

Sono numerose le altra ricadute positive connesse spaziando tra occupazione, formazione di giovani artigiani e organisti nonchè promozione delle attività culturali con riflessi anche sul turismo.

Quanto sopra porta fortunatamente a una nuova mentalità e, in seguito, ad una evoluzione della stessa: non più soldi per costruire organi giganteschi ma risorse esclusivamente per il recupero delle opere del passato.

Inizialmente, negli Enti di tutela, si pensava che più lo strumento fosse antico tanto più fosse di valore e così mentre talvolta si restaurano anche opere sicuramente antiche ma mediocri, si lascia deperire il patrimonio più recente, spesso di valore incalcolabile; da qualche tempo (ecco il progresso) si è capito che tutti gli strumenti hanno pari dignità indipendentemente dalla loro anzianità.

Con questo affinamento della mentalità vengono finalmente recuperate e riportate alla fisionomia originale opere dell’800 e del ‘900, spesso profondamente snaturate nei primi decenni del XX secolo con il pretesto di un loro adeguamento alla “Riforma Ceciliana” .

Il recupero degli organi monumentali di S. Martino delle Scale (Pa) nel 2003 e di quello della Cattedrale di Catania nel 2014 da parte della ditta varesina Mascioni  e la rinascita degli strumenti a cura della casa organaria Bovelacci degli organi del Duomo di Enna, delle Chiese Madri di Mazzarino, Gela, Modica e quello della Cattedrale di Siracusa ne sono di esempio.

Gli strumenti restaurati delle province di Ragusa e Siracusa vengono valorizzati da attività concertistiche legate ad un corso di perfezionamento per organisti organizzato dalla ns. ditta e Centro Studi Auditorium  Pacis diretto dal prof Diego Cannizzaro

Ma l’aspetto positivo più importante della citata legge, oltre al citato recupero del patrimonio, è che la formula del “contributo” concesso direttamente alle Parrocchie su progetti presentati da singole botteghe organarie, rappresenta in assoluto la migliore garanzia della qualità dell’intervento sul manufatto, a differenza di quanto succede con le gare di appalto, dove il principio del “massimo ribasso” è stato quasi sempre devastante proprio in termini qualitativi.

Tanto più che il lavoro facilmente può essere affidato, per le lacune delle norme attuali, a ditte che non hanno una specifica esperienza nell’ultraspecialistico e complesso campo dell’organaria.

 

Le ricadute positive derivanti dalla legge in oggetto:

 

• Salvataggio e recupero di gran parte del ricco e variegato patrimonio organario siciliano.

• Recupero delle antiche botteghe organarie dei Fratelli Polizzi di Modica, di Michele Colletti di Chiusa Sclafani, nonché la nascita nell’Isola di nuovi laboratori artigiani specializzati.

• Sviluppo delle attività concertistiche consentite dalla fruizione degli organi restaurati con  maturazione culturale del pubblico e costi limitati alla prestazione di un solo esecutore.

• Sensibile aumento degli studenti nelle classi di organo di Conservatori e Licei musicali.

• Fruizione liturgica dei superbi e affascinanti timbri del “re degli strumenti”,

• Incremento dell’occupazione nelle botteghe organarie con positive ricadute nell’indotto (laboratori di restauro di casse artistiche, fabbri, falegnami, rilevatori C.A.D.  ecc).

• Sviluppo di attività commerciali relative alla fornitura di prodotti per il restauro, di legnami e metalli pregiati,  di pellami speciali e di elettroventilatori.

• Sviluppo consistente del lavoro per il ramo alberghiero, considerati i lunghi periodi di trasferta fuori sede degli organari e relativi collaboratori impegnati nelle chiese non solo per il rimontaggio degli strumenti restaurati, ma soprattutto per le lunghe e complesse operazioni di intonazione ed accordatura.

• Creazione di itinerari organistici (pratica comune all’estero), fortemente auspicati dalle più importanti associazioni di appassionati nazionali ed internazionali.

• Occasione di socialiazzazione tra i giovani.

 

L’ attuale discontinuità nell’erogazione dei finanziamenti e le negative conseguenze

 

Negli ultimi anni si è assistito a forti discontinuità nel finanziamento di questa legge. Tutto ciò ha portato le ditte organarie ad un blocco degli investimenti e della occupazione.

É un problema di mancata consapevolezza da parte dei politici e degli amministratori nei confronti del grande valore di questo variegato e nobile artigianato.

 

L’auspicio è che questa pubblicazione possa in qualche modo contribuire a far conoscere meglio l’ importanza di quest’arte la cui sopravvivenza costituisce tra l’altro la migliore garanzia per la salvaguardia del patrimonio fino ad oggi restaurato.

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